Dove vive l'intelligenza artificiale (costi)
Ogni tanto smonto un vecchio hard disk e lo tengo in mano un po' più del necessario. Pesa. È caldo se l'ha appena usato qualcuno. Mi ricorda una cosa che la parola «nuvola» ci ha fatto dimenticare: da qualche parte, sotto ogni risposta che arriva in un secondo, c'è un capannone enorme che beve, scalda e ronza. E c'è un paese lì vicino.
La nuvola è fatta di cemento
Un data center è un edificio pieno di computer che non si spengono mai, e i computer, alla fine, sono stufe. Tutta l'elettricità che entra esce come calore, e il calore va portato via. Quelli pensati per l'intelligenza artificiale sono i più affamati: schede grafiche impilate a migliaia, accese giorno e notte, per addestrare i modelli e poi per rispondere a milioni di domande.
I numeri, per quel che valgono le stime. L'Agenzia internazionale dell'energia calcola che i consumi elettrici dei data center nel mondo possano arrivare a circa 945 TWh l'anno entro il 2030, quasi il doppio di oggi, e che la parte legata all'AI cresca più in fretta di tutto il resto.[1] Negli Stati Uniti un rapporto del Lawrence Berkeley National Laboratory mette la quota sui consumi nazionali tra il 6,7 e il 12 per cento entro il 2028.[2] Sono previsioni, non misure, e le forchette sono larghe. Ma vanno tutte nella stessa direzione.
Tre cose che finiscono lontano dallo schermo
La prima è l'acqua. Molti impianti si raffreddano facendo evaporare acqua, e quell'acqua non torna indietro. Sempre secondo il laboratorio di Berkeley, nel 2023 i data center americani ne hanno consumata direttamente circa 66 miliardi di litri, e una cifra molto più grande se si conta anche l'acqua usata dalle centrali che producono la loro corrente. Una singola domanda a un chatbot costa pochissimo, e chi ti dice il contrario esagera: il problema non è la goccia, è dove cade. Un litro prelevato in una regione piovosa non pesa quanto un litro tolto a una falda già in sofferenza, e diversi impianti nuovi sono previsti proprio in zone aride.
La seconda è l'aria. Quando la rete elettrica non regge, alcuni data center si arrangiano con turbine a gas in loco. Uno studio sulla Virginia del Nord, commissionato da un'associazione ambientalista (quindi da leggere con questo in mente), stima per un solo campus danni sanitari tra 53 e 99 milioni di dollari l'anno, soprattutto per le polveri sottili.[3] È un modello, non un conteggio di malati. Resta che il particolato fa male, anche sotto i limiti di legge, e che chi respira è chi abita lì.
La terza è la bolletta. Quando un'area si riempie di capannoni che chiedono corrente a ogni ora, la rete va potenziata, e di solito il costo si spalma su tutti. Non è sempre così, dipende dai contratti, ma succede abbastanza da valere la pena di chiederlo ad alta voce.
- ELETTRICITÀ — il problema vero è da dove viene: un data center su rete a carbone o gas pesa molto più di uno alimentato da rinnovabili
- ACQUA — conta il dove e il come si raffredda: circuiti chiusi e raffreddamento ad aria consumano molto meno dell'evaporazione
- ARIA — le turbine a gas in loco spostano il danno sui vicini, che non hanno scelto niente
- CALORE — quasi sempre buttato via; in alcuni posti riscalda già interi quartieri
Cosa possiamo farci noi
Non ho una ricetta e diffido di chi la vende. Però qualcosa si fa, a tre livelli.
Da utenti: usare l'AI quando serve, non per riflesso. Rigenerare dieci volte la stessa risposta per vedere se cambia è un piccolo spreco che moltiplicato per milioni di persone diventa un capannone in più. Un modello più piccolo, o uno che gira sul proprio computer, per molte cose basta e avanza. È la logica che seguo da sempre in questa officina: meno sprechi informatici, e il sito che state leggendo è statico apposta, senza JavaScript da far girare in giro.
Da cittadini: i data center nuovi hanno bisogno di permessi, e i permessi passano da consigli comunali e consultazioni che quasi nessuno segue. Chiedere quanta acqua preleveranno, da che fonte, da dove viene la corrente e se useranno generatori a gas è un diritto, non una molestia.
Da chi decide dove costruire: è l'unico livello dove le soluzioni sono già note. Raffreddamento a circuito chiuso, impianti in zone fredde o con acqua abbondante, recupero del calore per teleriscaldamento, energia rinnovabile vera e non solo certificata sulla carta. Costa di più, e per questo va chiesto.
> sede: un capannone, non un'idea
> consumo previsto al 2030: ~945 TWh/anno (IEA)
> vicini consultati: quasi mai
Domande frequenti
Quanta energia consumano i data center per l'intelligenza artificiale?
Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, i data center nel mondo potrebbero arrivare a circa 945 TWh l'anno entro il 2030, quasi il doppio di oggi, con l'AI come principale fattore di crescita. Sono stime e dipendono da quante macchine verranno davvero costruite.
I data center consumano davvero tanta acqua?
Dipende da come si raffreddano e dove sorgono. Molti usano acqua che evapora e non torna. Negli Stati Uniti, secondo un rapporto del Lawrence Berkeley National Laboratory, nel 2023 il consumo diretto è stato di circa 66 miliardi di litri. Il danno vero è locale: pesa dove l'acqua scarseggia già.
Cosa posso fare io per ridurre l'impatto dell'AI?
Usarla con più intenzione (senza rigenerare risposte a vuoto), preferire modelli piccoli o locali quando bastano, e informarsi sui progetti di data center nel proprio territorio, chiedendo di acqua, energia e inquinamento nelle consultazioni pubbliche.
[1] Agenzia internazionale dell'energia (IEA), rapporto Energy and AI, 2025. ↩
[2] Lawrence Berkeley National Laboratory, United States Data Center Energy Usage Report, 2024. ↩
[3] EmPower Analytics Group per il Piedmont Environmental Council, studio sull'impianto Vantage VA2 (Sterling, Virginia): stima modellistica, non rilevazione sanitaria. ↩
Quando prendi in mano una risposta, ricordati che è passata da un posto vero. Che il tuo codice sopravviva all'apocalisse, e che nessuno debba respirare male perché tu abbia una risposta più veloce.
SURVIVAL APPS